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Approfondimento

L'arresto del presidente venezuelano Maduro e della moglie...
L'arresto del presidente venezuelano Maduro e della moglie
di   Leonardo Filippi - Professore ordinario di diritto processuale penale 
Il blitz ordinato da Trump in Venezuela per arrestare il presidente Nicolás Maduro e la moglie al fine di condurli sotto processo a New York suscita giustamente le critiche di tutti coloro che credono nel diritto sovranazionale. Dopo l'”operazione speciale” di Putin in Ucraina, ora l'“operazione risolutezza assoluta” di Trump in Venezuela ci stanno portando verso il primato della forza sul diritto.

È vero che Maduro è un dittatore, non riconosciuto da molti Stati per aver falsato le elezioni, annientando l'opposizione e affamando il suo paese. Questo non legittima comunque la violazione del diritto internazionale, che non ammette intrusioni violente in uno Stato sovrano, neppure per catturare un latitante o esportarvi la democrazia.

Gli Stati Uniti lo avevano già incriminato dal marzo 2020, quando il Grand Jury federale di Manhattan, un organo composto da dodici giurati che, in segreto e in assenza del difensore, aveva emesso un atto formale di accusa (indictment), ritenendo che esistessero prove sufficienti per processarlo e quindi lo aveva rinviato a giudizio con l'incriminazione formale di narco-terrorismo, cospirazione per l'importazione di cocaina e reati legati alle armi. Si tratta di reati federali e non statali e quindi il processo penale segue le leggi federali statunitensi.  

Ma, poco prima del Natale 2025, era stato depositato “sotto sigillo”, cioè segretamente presso la cancelleria del tribunale ma non  accessibile al pubblico, alla stampa e, in alcuni casi, nemmeno all'imputato fino a una data specifica o al verificarsi di un evento (come l'arresto nel caso Maduro), un atto di accusa sostitutivo (superseding indictment), che è stato reso pubblico solo il giorno della cattura di Maduro e consorte, che ha aggiornato le accuse  estendendole alla moglie e al figlio.

Un giudice federale di New York ha poi emesso i mandati di cattura richiesti dal Dipartimento della giustizia U.S.A., per cui Maduro e moglie sono stati condotti in manette davanti al giudice del dibattimento per l'udienza di arraignment, in cui l'imputato compare davanti al giudice per la formale identificazione, ricevere lettura formale dei capi d'accusa contenuti nel rinvio a giudizio (indictment), essere informato dei propri diritti costituzionali, tra cui il diritto a un avvocato, dichiararsi colpevole o non colpevole (plea) e discutere eventualmente la cauzione (bail), ovvero decidere se l'imputato può essere rilasciato in attesa del processo o deve restare in custodia; Maduro e moglie si sono dichiarati “non colpevoli”, lamentando di essere stati illegalmente sequestrati, pur essendo lui il presidente del Venezuela. Il giudice ha replicato che ci sarà modo di valutare la legittimità del loro arresto e ha rinviato l'udienza al 17 marzo. 

Ma non dobbiamo illuderci che la giustizia americana respingerà un arresto così platealmente illegale. Anzi, l'udienza già svolta dimostra come l'illegittimità dell'arresto non infici la regolarità del processo, che è destinato a proseguire nei prossimi mesi. Infatti, sebbene l'arresto di Maduro e moglie in Venezuela sia considerato da tutti una violazione del diritto internazionale e della sovranità statale, invece, secondo la giurisprudenza statunitense, ciò non impedisce la prosecuzione del processo.

La giurisprudenza della Corte suprema federale degli Stati Uniti sostiene che la giurisdizione di un tribunale penale su un imputato non è compromessa dal fatto che egli sia stato portato davanti alla Corte in modo illegale o forzato Si tratta della “dottrina Ker-Frisbie”,  basata su tre sentenze fondamentali della Corte suprema federale, utilizzate finora per giustificare la detenzione e il processo di Maduro: il primo caso, Ker v. Illinois, risale al 1886, in cui la Corte stabilì che  l'imputato rapito forzatamente in Perù e portato negli U.S.A. non poteva contestare la giurisdizione del tribunale basandosi sull'illegalità della sua cattura.

Il secondo è il caso Frisbie v. Collins (1952), in cui la Corte riaffermò il principio, dichiarando che il “giusto processo” è soddisfatto se l'imputato riceve un processo equo dopo essere stato informato delle accuse, indipendentemente dal metodo usato per portarlo in aula. Il più recente è il caso Alvarez-Machain (1992), in cui la Corte Suprema stabilì che il rapimento forzato di un cittadino messicano da parte di agenti americani in Messico non violava il trattato di estradizione e non impediva il “giusto processo” negli Stati Uniti per reati federali.  È sulla base di questi precedenti che il giudice di New York ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dalla difesa di Maduro. In altre parole, sebbene la cattura in Venezuela possa costituire una violazione della sovranità internazionale, per la legge interna statunitense il tribunale ha pieno potere di procedere con il giudizio.

Si tratta della nota teoria del male captum, bene retentum, “catturato male, ma trattenuto bene”, tuttora applicata dalla giurisprudenza italiana per i sequestri: infatti, le Sezioni unite penali n. 3 del 27/03/1996 (imputato Sala) osservarono allora che, se è vero che l'illegittimità della ricerca della prova del commesso reato, allorquando assume le dimensioni conseguenti ad una palese violazione delle norme poste a tutela dei diritti soggettivi oggetto di specifica tutela da parte della Costituzione, non può, in linea generale, non diffondere i suoi effetti invalidanti sui risultati che quella ricerca ha consentito di acquisire, è altrettanto vero che allorquando quella ricerca, comunque effettuata, si sia conclusa con il rinvenimento ed il sequestro del corpo del reato o delle cose pertinenti al reato, è lo stesso ordinamento processuale a considerare del tutto irrilevante il modo con il quale a quel sequestro si sia pervenuti: in questa specifica ipotesi, e ancorché́ nel contesto di una situazione non legittimamente creata, il sequestro rappresenta un "atto dovuto", la cui omissione esporrebbe gli autori a specifiche responsabilità penali, quali che siano state, in concreto, le modalità propedeutiche e funzionali che hanno consentito l'esito positivo della ricerca compiuta. Con ciò̀ non si intende affatto affermare che l'oggetto del sequestro, a causa della sua intrinseca illiceità̀, ovvero per il rapporto strumentale che esso può̀ esprimere in relazione al reato commesso, possa, per ciò̀ solo, dissolvere quella connessione funzionale che lega la perquisizione alla scoperta ed all'acquisizione di ciò che si cercava, ma si vuole soltanto precisare che allorquando ricorrono le condizioni previste dall'art. 253, comma 1, c.p.p., gli aspetti strumentali della ricerca, pur rimanendo partecipi del procedimento acquisitivo della prova, non possono mai paralizzare l'adempimento di un obbligo giuridico che trova la sua fonte di legittimazione nello stesso ordinamento processuale ed ha una sua razionale ed appagante giustificazione nell'esigenza che l'ufficiale di polizia giudiziaria non si sottragga all'adempimento dei doveri indefettibilmente legati al suo "status", qualunque sia la situazione - legittima o no - in cui egli si trovi ad operare”.

In altre parole, la Corte di cassazione, dopo aver affermato il bel principio per cui la ricerca della prova compiuta in violazione dei diritti costituzionali diffonde i suoi effetti invalidanti sui risultati che quella illegittima ricerca ha consentito di acquisire, risolve poi il caso concreto riconoscendo legittimo il successivo sequestro operato dal pubblico ministero.

È la nota teoria del male captum, bene retentum, “catturato male, ma trattenuto bene”, che origina dall'antico diritto medioevale italiano ma tuttora applicata dalla nostra giurisprudenza per i sequestri. Perciò, non possiamo nemmeno lamentarci più di tanto della evidente violazione del diritto internazionale perché siamo stati proprio noi, dall' Italia, che glielo abbiamo insegnato. 

da diritto e giustizia
Avv. Antonino Sugamele

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