Il responsabile del procedimento nella legge nr. 241 del 1990.


1. Le novità introdotte dall’istituto.
Una prospettiva largamente percorsa dalla dottrina è quella di individuare le
finalità perseguite dal legislatore con l’introduzione del responsabile del
procedimento, la cui disciplina è articolata al Capo II, l. n. 241/90, artt. 4, 5 e 6.
La portata innovativa della legge di riforma, rispetto ai precedenti suggerimenti
cui si ispiravano i lavori della Commissione Nigro, è costituita dall’aver affidato
al responsabile del procedimento non solo un ruolo a fini interni, che si risolvono
nell’organizzazione amministrativa, ma anche a fini esterni, attinenti ai rapporti
tra Pubblica Amministrazione e destinatari dell’azione amministrativa.
Siffatti rapporti vengono concepiti dal legislatore del 1990 in termini di relazioni
‘tra persone’10. Venendo meno la contrapposizione tra autorità e soggetti estranei, caratterizzante le pregresse relazioni tra pubblici poteri e cittadini, si pone la necessità che all’interno dell’Amministrazione vi sia una persona preordinata ad assumere, anche nei confronti dell’utente, la piena responsabilità della conduzione del procedimento. Ed invero, « la prima e più evidente ragione per creare la figura del responsabile del procedimento è proprio quella di garantire il cittadino contro l’anonimato dell’azione amministrativa ».
La previsione del responsabile del procedimento costituisce, altresì, un
importante passo nella direzione della ‘personalizzazione’ della responsabilità
di chi esercita attività pubbliche, posto che, nel quadro della riscrittura delle
regole sull’organizzazione e sull’attività amministrativa, si individua un soggetto
che, all’interno della Pubblica Amministrazione, diviene il centro di riferimento
di compiti, e di conseguenti responsabilità, nei confronti dei terzi interessati al
procedimento amministrativo.
Tuttavia, « accanto a questa ratio di garanzia, il legislatore ripone in capo alla
figura del responsabile del procedimento anche una ratio di efficienza ». Ed
invero, come sottolineato da un’interessante impostazione dottrinaria, facente
capo al Kenneth J. Arrow, « la responsabilità, all’interno di una organizzazione,
non ha soltanto un valore morale, ma anche funzionale, cioè concorre al buon
funzionamento della organizzazione ».
Con particolare riferimento ai due versanti, interno ed esterno, lungo i quali si
esplicano le funzioni del responsabile del procedimento, si rimarca, sovente,
l’ambivalenza funzionale dell’istituto, sottolineando che la legge di riforma del
procedimento amministrativo disegna la figura come « un crocevia fra le
esigenze della P.A. e le istanze della collettività »14. Ed invero, se da un lato
l’istituto deve perseguire l’interesse pubblico attraverso criteri di economicità ed
efficienza; dall’altra parte, questi assume l’obbligo, in attuazione del principio di
trasparenza e a mezzo delle comunicazioni previste dall’ordinamento, di
agevolare il contatto fra l’Amministrazione ed i cittadini, in modo da permettere
a questi ultimi di conoscere sempre l’identità degli agenti cui rivolgersi15.
Il responsabile del procedimento assume, quindi, grande rilevanza per due ordini
di ragioni: in primo luogo, perché esteriorizza la struttura interna
dell’Amministrazione, ponendola direttamente e personalmente in contatto con i
terzi; correlativamente, perché avoca su di sé ogni responsabilità relativa alla
conduzione del procedimento16.
Si tratta, quindi, di una figura soggettiva rilevante tanto sul terreno dell’efficacia
dell’azione amministrativa, in quanto elemento propulsivo del procedimento,
quanto sul terreno della trasparenza e democraticità, essendo in grado di fornire
ai privati un ‘interlocutore’ ben individuato all’interno dell’Amministrazione17.
In altre parole, l’istituto garantisce una migliore funzionalità della macchina
amministrativa in termini di efficienza, assicurando, quale dominus del
procedimento, una gestione unitaria dello stesso. Al contempo, egli è in grado di
garantire un rapporto più partecipato con i destinatari dell’azione amministrativa,
rappresentando l’unico referente di un ‘dialogo’ che consenta ai privati di
confrontarsi con la Pubblica Amministrazione.
Sancito il naturale epilogo dell’Amministrazione senza volto, l’istituto del
responsabile del procedimento consente, quindi, non solo di evitare quei
fenomeni di inerzia della Pubblica Amministrazione, favoriti dalla dispersione in
una pluralità di uffici delle competenze relative alla conduzione del
procedimento, ma anche di personalizzare al massimo l’esercizio della funzione
amministrativa.
Degna di menzione appare, pertanto, quella dottrina che, nell’analizzare l’istituto,
lo pone « al crocevia tra le istanze di buon andamento e le istanze di
un’amministrazione democratizzata e garantita », di guisa che « trasparenza,
pubblicità, efficienza, semplificazione, tempestività ed efficacia dell’attività
siano tutte finalità concretizzantisi in regole ed assetti procedimentali che ruotano
attorno alla figura del responsabile del procedimento ».
Rientrano, ancora, nella competenza del responsabile del procedimento, quale
dominus del procedimento amministrativo, i doveri che si ricollegano alla legalità
dell’azione amministrativa e che, quindi, si riflettono sulla legittimità del
provvedimento. Tra di essi, innanzitutto, l’obbligo di comunicare l’avvio del
procedimento, onde favorire la partecipazione procedimentale degli interessati,
tanto in termini di collaborazione quanto intermini di contraddittorio.
La previsione del responsabile del procedimento si pone, infine, come stimolo
alla celerità dell’azione amministrativa, in funzione del perseguimento dei
risultati di essa. Ed invero, la celerità costituisce espressione del nuovo
atteggiarsi dei rapporti tra Pubblica Amministrazione ed amministrati,
manifestandosi non solo nel divieto di aggravare i procedimenti, se non per
straordinarie e motivate esigenze connesse all’istruttoria, ma anche nell’obbligo
di concludere il procedimento con un provvedimento espresso entro un termine
certo.
In definitiva, la riforma in esame, piuttosto che operare quale legge generale sul
procedimento amministrativo, costituisce una ‘legge di principi’ di base da
osservare nello svolgimento della funzione amministrativa. Tale impostazione
risulta, peraltro, confermata dall’art. 29 della l. n. 241/90, che qualifica la legge
medesima come un testo contenente i principi generali dell’ordinamento
amministrativo.
Si consideri, ancora, come la disciplina sul responsabile del procedimento si
presti ad essere letta non solo in chiave di attuazione dell’efficienza
amministrativa e della trasparenza, capisaldi della legge di riforma del
procedimento amministrativo, ma anche in prospettiva di concretizzazione dei
precetti costituzionali in tema di buon andamento ed imparzialità, di cui all’art.
97, comma 1, Cost., e di quelli in materia di responsabilità dei pubblici
funzionari, sanciti dal combinato disposto degli artt. 28 e 97, comma 2, Cost..
Tale aggancio della figura al dato costituzionale merita sicuramente attenzione,
soprattutto in seguito alla riforma del Titolo V della Costituzione ed, altresì, allaluce della parziale riformulazione dell’art. 29, comma 2, della l. n. 241/90,
introdotta con la novella del 2005.
A tal proposito, la dottrina pone l’accento sulla circostanza che talune
disposizioni della legge sul procedimento, tra cui quelle che in questa sede
vengono in rilievo, possono essere interpretate nel senso di ritenere che
« l’ordinamento tende a considerare ormai anche le attività burocratiche […]
come prestazioni rese nell’interesse di chi le richiede » ed, in tal senso, « la
presenza del responsabile del procedimento costituisce […] una modalità
essenziale di buona prestazione dei servizi burocratici »22. Seguendo tale
impostazione, si potrebbe ipotizzare che l’istituto in parola concorra a definire il
quadro delle garanzie essenziali del cittadino, ai sensi dell’art. 117, comma 2,
lett. m), Cost23.
2. Il responsabile del procedimento quale figura organizzatoria.
L’istituto del responsabile del procedimento suscita l’interesse di vasta dottrina
con specifico riferimento alle funzioni che lo pongono in luce quale “figura
organizzatoria”24. In tal senso, assieme agli altri istituti di semplificazione
previsti dalla legge n. 241/90, questi concorre ad influire sull’organizzazione
della Pubblica Amministrazione, ai fini di aumentarne la funzionalità ed il grado
di efficacia.
L’insistenza sugli aspetti organizzativi, di cui l’istituto può considerarsi
espressione, si iscrive, come si osserva in dottrina, nel fenomeno del progressivo
spostamento, all’interno dei complessi apparati burocratici, dal momento
formale, rappresentato dalla teoria degli atti amministrativi, a quello dell’attività,
nel cui ambito grande rilievo assume appunto il momento organizzativo.
L’istituto conferma, quindi, la rilevanza pratica, oltre che teorica, dei
collegamenti che intercorrono tra organizzazione ed azione amministrativa, in
ragione dell’esigenza di stabilire i nessi tra produzione ed imputazione
dell’attività, onde individuare i centri di attribuzione della responsabilità
dell’agire amministrativo26.
E’ facile constatare che il ruolo del responsabile del procedimento, dal punto di
vista organizzativo, si estrinseca essenzialmente nel mobilitare le risorse e
nell’utilizzare gli strumenti giuridico-amministrativi più adatti, coordinando
uomini e mezzi, onde far convergere l’azione amministrativa verso il risultato
finale, consistente nel provvedimento conclusivo dell’iter procedimentale o, in
via sostitutiva o integrativa, nell’accordo con i privati o altre Pubbliche
Amministrazioni27.
A tal proposito, si osserva come il responsabile del procedimento sia stato
istituito proprio « allo scopo di condurre lo Stato-apparato, nella sua globalità ed
in tutte le sue articolazioni centrali e locali, verso un grado di funzionalità
elevato, tale da assicurare dignitosi ed accettabili standards di servizi e
prestazioni ».
La figura in esame si pone, quindi, come espressione della volontà riformatrice
dei pubblici apparati sotto il profilo eminentemente organizzativo, assieme agli
altri istituti disciplinati dalla medesima legge sul procedimento, quali, in primo
luogo, la conferenza di servizi, anch’essa da considerare come figura
organizzatoria. Ed invero, è agevole sostenere che « tutti questi meccanismi
concorrono insieme ad influire sull’organizzazione della P.A., ai fini di
aumentarne la funzionalità ed il grado di efficacia, e al tempo stesso di snellire e
semplificare l’attività stessa ».
3. Il responsabile del procedimento quale espressione del coordinamento.
Il responsabile del procedimento, quale deus ex machina della successione delle
fasi procedimentali30, è in grado di attuare il coordinamento dell’azione
amministrativa, che investe i collegamenti all’interno del medesimo plesso o
ufficio, ed i rapporti tra più uffici, partizioni o unità di un medesimo ente o
amministrazione.
Si parla, in tal senso, di « coordinamento organizzativo », a sottolineare il fatto
che il responsabile del procedimento rende possibili sia forme di coordinamento
all’interno di una singola organizzazione, incidendo sullo svolgimento delle
attività necessarie per l’attuazione dei compiti propri di ogni ufficio; sia forme di
semplificazione, razionalizzazione ed accelerazione dell’azione amministrativa
nel complesso dei rapporti tra unità organizzative diverse, quali presupposti
indispensabili per migliorare i livelli di efficienza ed efficacia dell’azione
amministrativa.
Al contrario, la predetta attività non è attinente alle relazioni intersoggettive che
si instaurano tra le diverse amministrazioni, e nemmeno, per lo più, alle relazioni
interorganiche, ossia interne ad una data branca od organo della P.A..
E’ opportuno constatare come tale coordinamento sia necessario per assicurare
« non tanto il governo dell’azione amministrativa, quanto la possibilità stessa di
azioni di governo ed amministrative che non siano frammentarie ed in
contraddizione tra di loro ».
Il coordinamento si può suddividere in un più tradizionale coordinamento
sovraordinato e in un coordinamento equiordinato36. Il primo si esplica per lo più
nella forma della direttiva, ovvero nel potere di indirizzo, esercitato nella
 gerarchia dei rapporti tra enti ed autorità che li coordinano; il secondo, invece, ha modo di esplicarsi fra enti e amministrazioni non legati da rapporti di sovraordinazione, quanto meno in relazione a quelle specifiche competenze coinvolte nell’affare in ordine al quale occorre assumere determinazioni.
E’ quest’ultima forma di coordinamento ad esplicarsi con notevole frequenza
nell’attuale assetto istituzionale dello Stato, specialmente con riguardo alle
competenze delle autonomie locali.
In tale prospettiva, può parlarsi di « coordinamento organizzativo » con
riferimento all’onere del responsabile del procedimento di mettere in rapporto le
varie componenti dell’ufficio, ovvero uffici diversi della stessa unità
organizzativa, ai fini dello svolgimento dell’istruttoria. Se ne parla, altresì, con
riferimento ai poteri di impulso e stimolazione all’esercizio di competenze non
proprie, attuati dall’istituto attraverso l’emissione di atti infraprocedimentali,
quali, ad esempio, la convocazione della conferenza di servizi.
In non pochi casi, inoltre, essendo implicate in un procedimento amministrativo
diverse amministrazioni, al responsabile del procedimento fa carico il compito di
mettere in relazione fra loro, ai medesimi fini organizzativi, non solo i diversi
organi di cui si compone la P.A. procedente, ma anche i vari enti o
amministrazioni diverse da quest’ultima ed ugualmente interessate al
procedimento, assumendo, così, l’istituto anche un rilievo intersoggettivo.
Con particolare riferimento a tale significativo ruolo di raccordo con le altre
amministrazioni interessate al procedimento, l’istituto è inteso come figura che
riflette le esigenze di semplificazione dell’azione amministrativa, stante le
funzioni di sollecitazione e di iniziativa che la legge n. 241/90 gli affida.
Si osserva, in proposito, che « nel procedimento amministrativo, individuato
dalla legge quale luogo in cui convergono gli interessi acquisiti nella fase
istruttoria […], la funzione affidata al responsabile del procedimento diviene
momento centrale nel processo di emersione e di ponderazione degli interessi
rilevanti ». Ciò si rende possibile, va precisato, poiché « il responsabile del
procedimento si pone come il fulcro, la guida e l’animatore dell’azione
amministrativa ».
Tutti i mezzi di semplificazione dei procedimenti amministrativi previsti dalla
legge costituiscono, a tal fine, strumenti di cui il responsabile del procedimento
dispone, nella sua veste di guida del procedimento amministrativo. Tra di essi, in
particolare, la conferenza di servizi è il mezzo con cui il responsabile può
acquisire contestualmente tutti i consensi necessari alla completezza
dell’istruttoria procedimentale, specie nei casi in cui essa sia particolarmente
complessa e coinvolga autorità diverse.
In definitiva, l’istituto del responsabile del procedimento, riguardato nella sua
veste di coordinatore, consente di poter affermare che la figura si inserisce in una concezione dell’azione amministrativa radicalmente diversa da quella
tradizionale, determinando il passaggio « da un’ottica di adempimento formale
[…] ad un’ottica di risultato ».
4. Riflessi sui rapporti tra apparato burocratico ed amministrati.
Fondamentale è la funzione che il responsabile del procedimento riveste sotto il
versante esterno, costituendo strumento indefettibile per garantire la trasparenza
dell’azione amministrativa e la leale ed imparziale cooperazione tra Pubblica
Amministrazione e cittadini. Ed invero, è « proprio grazie all’istituzione di una
simile figura che si rende possibile un colloquio più limpido ed aperto tra
pubblici poteri ed amministrati ».
Verso l’esterno, quindi, il responsabile del procedimento costituisce un
indispensabile punto di riferimento ed ‘interlocutore’ senza il quale i privati
difficilmente sarebbero in grado di utilizzare quegli strumenti, predisposti in loro favore dalla legge n. 241/90, attraverso cui si attua la gestione, in maniera
trasparente ed imparziale, dei rapporti tra Pubblica Amministrazione ed utenti.
L’istituto costituisce, pertanto, un vero e proprio ‘interfaccia’ tra res publica ed
amministrati, quale segno intangibile della notevole rilevanza che la legge di
riforma assegna alla figura in esame, nell’intento non solo di migliorare i moduli
organizzativi della P.A, ma anche di garantire un rapporto più partecipato tra
pubblici poteri ed amministrati, onde superare la logica della secretazione.
Con la previsione del responsabile del procedimento, il legislatore individua una
sorta di ‘Giano Bifronte’, rivolto contemporaneamente sia all’interno
dell’Amministrazione, per la quale svolge le funzioni istruttorie e di
coordinamento sopra richiamate, sia all’esterno di essa, ovvero nei confronti
degli amministrati, fungendo da centro di imputazione formale degli
adempimenti connessi con lo svolgimento dell’attività procedimentale43.
Nell’ottica di creare un nuovo modello di Amministrazione improntato alla
‘personalizzazione’44 dell’azione amministrativa, con l’introduzione della figura
del responsabile del procedimento si registra, quindi, un radicale mutamento dei
rapporti tra P.A. e cittadini rispetto alla pregressa impostazione, ispirata
all’anonimia dei rapporti tra pubblici poteri e soggetti privati.
Come si osserva in proposito, di ‘personalizzazione’ può parlarsi nel senso che,
« dalla legge n. 241/90 in poi, il privato che viene in contatto con un pubblico
ufficio, per un affare che lo interessi, trova di fronte a sé non più
un’organizzazione o un apparato anonimo, bensì una persona fisica, la quale,
almeno in linea di principio, risponde dell’operato svolto a nome della Pubblica
Amministrazione cui appartiene. Ciò in virtù di quel rapporto di
immedesimazione organica che li lega, per il quale il responsabile del procedimento è longa manus di un’organizzazione che persona fisica non è e che
ha bisogno di persone fisiche per agire »45.
In definitiva, appaiono evidenti i caratteri di novità dell’istituto in esame,
individuati essenzialmente nell’intentio legis di porre adeguata attenzione
all’attività amministrativa, ed in particolare al procedimento amministrativo, allo
scopo non solo di pervenire ad una gestione unitaria dello stesso, in un’ottica di
orientamento al « risultato »46 dell’attività amministrativa, ma anche di
attuazione del principi di trasparenza ed imparzialità nel funzionamento della
cosa pubblica.
5. La legislazione antecedente alla riforma del 1990.
La mancata previsione, nella precedente normativa, di un istituto avente natura e
funzioni analoghe a quello in esame comportava la sussistenza di un
procedimento amministrativo senza guida, anonimo ed impersonale. Ne derivava
l’assenza di un coordinatore che conducesse il procedimento alla sua naturale
conclusione, nonché la difficoltà di identificare le persone fisiche che,
occupandosi del procedimento amministrativo, fossero responsabili delle
deficienze dello stesso.
In tale sistema, inevitabile era la frammentazione ed il rallentamento dell’azione
amministrativa, oltre che l’irresponsabilità di fatto dei soggetti che
concretamente gestivano il procedimento amministrativo, atteso che l’anonimato
degli stessi impediva l’identificazione dei responsabili delle carenze del
procedimento, lasciando nella sostanza inattuato l’art. 28 Cost..
D’altronde, la difficile identificabilità dei responsabili del procedimento
impediva l’esercizio di un effettivo controllo da parte dei cittadini interessati
all’operato della Pubblica Amministrazione, traducendosi in una violazione del
principio di trasparenza.

Tuttavia, in alcune esperienze legislative anteriori all’emanazione della legge n.
241/90, si riscontrava già una certa tendenza ad individualizzare in capo al
singolo funzionario i compiti della Pubblica Amministrazione, in ossequio a quei
principi di efficienza e razionalità che la informano. Questa tendenza, che
sembrava attuare, almeno in parte, i criteri dettati dall’art. 97, comma 2, Cost.,
trovava riscontro nella disciplina della dirigenza statale, costituita dal d.p.r. 30
giugno 1972, n. 748, nella riforma sull’impiego statale, attuata con la legge 11
luglio 1980, n. 312, e nella legge-quadro sul pubblico impiego, ossia la legge 29
marzo 1983, n. 93.
Già prima della riforma del 1990, la dottrina aveva più volte posto l’accento sul
fatto che la disposizione cui all’art. 97, comma 2, Cost., richiedesse il
superamento del principio dell’anonimato dei pubblici funzionari. Ed invero, tale
obiettivo era stato perseguito dal legislatore proprio attraverso gli interventi
normativi suddetti, che individuavano gli ambiti di competenza propri di ciascun
funzionario, onde favorire la specializzazione del singolo impiegato e la
formazione di sfere di professionalità che permettessero di evitare
sovrapposizioni di competenze.
Tale tendenza era, tuttavia, da considerare come incompatibile con il tradizionale
modello gerarchico di Amministrazione: appariva, infatti, difficile conciliare il
potere di ingerenza del superiore gerarchico con l’autonomia funzionale che si
cercava di riconoscere al singolo impiegato.
Gli interventi normativi antecedenti alla legge n. 241/90, nell’intento di
affermare un ambito di competenza riservata a ciascun funzionario, finivano col
delineare un quadro che, nel suo complesso, si presentava come piuttosto
insoddisfacente. Tale quadro normativo era, infatti, attinente al solo assetto
interno dell’Amministrazione e non riguardava i rapporti con i cittadini. Difatti,
all’attribuzione di compiti specifici al singolo funzionario non si accompagnava
l’imputazione di una corrispondente responsabilità in capo al medesimo soggetto,
nonostante l’espressa previsione di cui dell’art. 97, comma 2, Cost. spingesse,
con forza, in tale direzione.
Al contrario, il superamento del tradizionale modello gerarchico aveva finito per
favorire un’ulteriore deresponsabilizzazione dei singoli operatori della Pubblica
Amministrazione, giacché, con i suddetti interventi normativi, si era, nella
sostanza, attenuata l’efficacia di quello strumento fondamentale, costituito
appunto dal rapporto gerarchico, su cui praticamente si fondavano le
responsabilità interne all’ordinamento amministrativo. Questa circostanza finì col
delineare un’immagine di Amministrazione Pubblica nella quale, nei confronti
del cittadino, nessuno risultasse responsabile di alcunché.
Prendendo le mosse da tale prospettiva, la legge n. 241/90 segnava, senza
dubbio, un netto mutamento di rotta con l’introduzione della figura del
responsabile del procedimento, inteso come ‘interlocutore’ istituzionale e
qualificato dell’Amministrazione con il cittadino. Prioritaria, per il legislatore del
1990, non era più la riforma dell’Amministrazione, realizzata all’interno
dell’apparato pubblico, ma la riforma del rapporto tra Amministrazione e
destinatari dell’azione amministrativa.
La riforma del 1990 incideva, in questo modo, non soltanto sull’assetto esterno
della Pubblica Amministrazione, ma anche sul piano dei rapporti interni allo
stesso apparato pubblico. Infatti, la previsione del responsabile del procedimento
comportava la necessità di adeguare anche l’assetto interno della P.A. alle nuove
norme, atteso che « le disposizioni contenute nel Capo II della l. n. 241/90
mirano ad assicurare più ampie garanzie di retto e sollecito svolgimento
dell’attività amministrativa ».
A seguito della sua entrata in vigore, la legge n. 241/90 incontrava non poche
difficoltà ed ostacoli alla sua attuazione, testimoniati, da un lato, dal tentativo di
proporre interpretazioni riduttive delle norme in essa contenute, dall’altro, dalla
inottemperanza alle nuove disposizioni da parte di molte Amministrazioni.
Infatti, nella legislazione di settore dei primi anni Novanta48, la necessità di
nominare un responsabile del procedimento veniva avvertita limitatamente a casi
particolari, rispetto ai quali la designazione dello stesso fosse effettivamente
imprescindibile. Al contrario, in ogni altro caso il procedimento era lasciato ad
una sorta di discrezionalità dell’Amministrazione, ovvero subordinato alla
disponibilità in termini di personale della stessa.
Per scongiurare il pericolo insito nella suddetta interpretazione restrittiva, si
avvertiva la necessità di emanare, nei primi anni Novanta, una serie di
regolamenti49, tutti volti a sottolineare che l’individuazione del responsabile del
procedimento costituisce un momento fisiologico e necessario rispetto ad ogni
tipologia di procedimento. In tali regolamenti50, il responsabile del procedimento
appare come un soggetto che non opera solamente nella fase preparatoria
all’emanazione del provvedimento, ma che cura anche l’esecuzione del
provvedimento stesso, fino alla conclusione di tutte le attività, amministrative,
economiche e materiali, che sono connesse alla sua attuazione.
Vista in questa prospettiva, la figura del responsabile del procedimento finisce
col rappresentare una pedina fondamentale per una diversa configurazione della
Pubblica Amministrazione, di guisa che l’attività amministrativa non sia più
semplicemente preordinata all’emanazione del provvedimento finale, ma trovi il
suo culmine nella realizzazione di risultati concreti. Ne consegue che, per effetto
della legge n. 241/90, la valutazione dell’attività amministrativa non possa più
essere determinata in base a criteri che ineriscono alla mera legittimità degli atti,
ma richieda di essere eseguita secondo modelli di efficienza.

  
Dr.ssa Anna Lisa Placenza. Studio Legale Sugamele

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